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L’Altopiano delle Serre Calabre Www.ancinale.altervista.org
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Fabrizia
Nel cuore delle Serre a 947 metri dal livello del mare sorge Fabrizia, il più alto paese del vibonese, nell'alto bacino del Fiume Allaro, sul versante orientale del Monte Crocco. Intorno, una montagna incontaminata e suggestiva con panorami dal verde lussureggiante di pini, abeti, faggi e castagni, brillante per le acque sorgive di grande purezza in località Vallonello Caporale. Ancora legata ad antiche tradizioni, il locale artigianato offre funghi, fragole, castagne. Il centro cittadino dalle strade linde e sinuose, offre al visitatore la vista palazzi con splendidi portali di granito locale e balconi in ferro battuto. Da visitare la chiesa del SS Rosario risalente al 1611. Feste
Cenni storici Fabrizia è un piccolo borgo sorto dalla trasmigrazione delle genti di "Castelvetere " (Caulonia) e di Roccella. Fu fondata come comune autonomo nel 1591, tratta dal casale del principe di Roccella Fabrizio Carafa, che vi eresse la sua dimora estiva ed impose il proprio nome al luogo. Il castello esistente ancor oggi, rappresentò il fulcro di tutte le attività del feudo per lungo tempo. La blasonata famiglia dimostrò il suo legame al borgo facendo costruire vicino alla già esistente chiesa del SS. Sacramento (1737), la cappella del Rosario, che dalla sua consacrazione avvenuta nel 1742 fu proclamata d'esclusivo patronato dei Carafa. All'inizio dell'800, il trasferimento del casato a Napoli coincise, insieme al rovinoso terremoto del 1783, con un lento ma inesorabile declino dei possedimenti del principato. Il "catasto onciario " o "catasto Carolino" così definito, perchè la tassa da pagare era fissata in once moneta di conio dell'epoca appartenente a Carlo III° di Borbone, il quale fu uno dei primi ad avere un catasto che definisse un quadro socio economico del regno, la località annoverava un'elevata quantità di artigiani e mestieranti vari tra cui: fabbri, sarti, mastri d'ascia, muratore, casari, custode di neve, chianchieri, massari e braccianti . A causa del devastante terremoto, l'intero territorio accusò un forte regresso economico, dal quale si riprese solo con l'avvento del dominio Francese. La ripresa ebbe come forte traino la presenza sul territorio delle Regie Ferriere, costruite durante il dominio borbonico e potenziate dai francesi. Sugli argini della fiumara " Allaro" vi erano numerosi mulini per la macina e diverse fornaci per la realizzazione di manufatti in argilla. Il vasto territorio così come appariva sulle carte topografiche del catasto della metà del settecento, fu frazionato ad iniziare dal 1852, quando per decreto, Mongiana fu dichiarato comune autonomo, portando con se vari borghi, e nel 1901 anche Nardodipace fu costituito comune autonomo e quindi si arrivò al completo smembramento dell'antico casale dei Carafa. I riti più antichi e tradizionali sono legati ai festeggiamenti in onore del Santo patrono, “S. Antonio” che nel mese di giugno, si ripetono innumerevoli dimostrando la forte devozione al Santo da parte della comunità; essi sono ricchi di significati ed esemplificativi della tradizione contadina fabriziese. La più sentita forma di devozione è “la Tridicina”, ovvero il pellegrinaggio che si effettua nei tredici giorni antecedenti la festa del Santo; da tutte le contrade e i paesi limitrofi , numerosi gruppi di pellegrini, prima dell’alba, si incamminano a piedi (alcuni anche scalzi), cantando lodi al vissuto del Santo, per raggiungere la chiesa matrice e prendere parte alla prima funzione religiosa. Durante la “Tridicina” si celebrano altri riti in onore del Santo:” Li Virginiadhi” e “Li rachatiadhi". Li Rachatiadhi” è una funzione ricca di tradizione e dimostra il grande senso di devozione al Santo: il pellegrino giunto innanzi al portone della Chiesa si mette in ginocchio e “si racha” (striscia) sino alla Statua, posta ai piedi dell’altare, e ripete il rito per tredici volte consecutive. “Li virginiadhi” è il rito con il quale si ringrazia S. Antonio per una grazia ricevuta, organizzando un pranzo i cui commensali siano 13 ragazze nubili ("li virginiadhi") e due ragazzi celibi ("li bambiniadhi"). La tradizione si rifà alle antiche usanze dei contadini che, con enormi sacrifici, sostenevano rilevanti spese per allestire tale pranzo. Vengono infatti preparate e servite 13 diverse pietanze che devono essere completamente degustate dai commensali, (il ricorrere del numero 13 sta a simboleggiare il giorno della dipartita del santo). Questo pranzo si conclude, oggi come allora, con l’offerta agli invitati di un dolce fatto in casa, “lu biscuattu”. La padrona di casa offre tale dolce posta in ginocchio sulla soglia, e riceve i ringraziamenti da parte degli ospiti con un bacio sulla mano e con una frase: “Sant’ Antuani mu vi l’aggradiscia” ovvero che S.Antonio gradisca tale atto di devozione e abbia a ben volere la casa. Durante i giorni di festa molto seguita è la processione del sabato. Questa funzione che lega in se un misto di sacro e profano, si rifà ad una antica leggenda che narra del modo in cui la Statua, oggi esistente, arrivò nella località. Anticamente non si venerava S. Antonio ma S. Vito. La devozione verso il Santo nasce appunto da questa leggenda. Verso la fine dell’egemonia spagnola vi fu l’avvento del dominio francese, che non vedeva di buon occhio tutto ciò che aveva a che fare con la religione. Nelle loro campagne di conquista i francesi, quando incontravano gruppi religiosi molto legati alle loro tradizioni spesso per redimerli saccheggiavano e depredavano i loro luoghi di culto. In una di queste azioni un plotone di soldati trafugò la preziosa Statua lignea che raffigurava il Santo, ma trovandosi di passaggio in queste località fu attaccato e messo in fuga da un gruppo di briganti. I soldati francesi, presi alla sprovvista, lasciarono tutti i beni depredati e si diedero alla fuga. Nell' appropriarsi dei tesori, i briganti scorsero una cassa di legno in cui era contenuta la Statua del Santo che li stupì e li intimorì e, non sapendo cosa farne, la lasciarono nello stesso posto della razzia, ubicato sopra le poche abitazioni dei pastori che all’epoca formavano l’abitato. Poco dopo, avvertito il monsignore della presenza della Statua, gli abitanti lì radunatisi iniziarono a venerarla e ad accoglierla come un messaggio ben augurante. Ora, nel luogo di quel ritrovamento, vi è eretta una effigie in bronzo raffigurante S. Antonio, e leggenda vuole che se non si effettua una processione in questo luogo il sabato della festa, durante quella della domenica, di fronte alla piazza dove è ubicato il monumento , la statua diventi pesantissima e non si può più proseguire. Questo rito è perpetuato di anno in anno, aggiungendo al misticismo religioso un pizzico di leggenda. Un altro rito è quello di donare come ex voto “li mastazzola” (mostaccioli al miele). Questo dolce tipico, spesso riproduce sembianze di arti umani (a volte anche animali), che vengono donati al Santo per ringraziarlo di una grazia ricevuta. Alla fine della processione che si effettua l’ultimo giorno di festa e che percorre tutte le vie del paese, si fanno “l’Incanti”. Il rito rappresenta una vera e propria asta, dove prodotti locali, donati dai fedeli (dolci, salumi, formaggi), vengono acquistati dai presenti. In piazza di fronte alla chiesa, vi è un banditore che fa vedere la forma e la grandezza del prodotto e i numerosi presenti danno inizio all’asta, il cui ricavato viene devoluto per il fabbisogno della chiesa.
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